06/09/2008
La Prima Guerra Mondiale
Saggio di Cristiano Martorella sul Giappone nella Prima Guerra Mondiale pubblicato dal sito Nipponico.com.
Prima Guerra Mondiale
L'impegno dell'Impero del Sol Levante
di Cristiano Martorella
1. Premesse e considerazioni sulla storiografia
17 febbraio 2008. L'intervento del Giappone nella Prima Guerra Mondiale, in giapponese Daiichiji sekai taisen, è poco ricordato nei libri di storia occidentali. Ciò avviene perché politicamente scomodo. Infatti risulta estremamente facile condannare il militarismo giapponese quando è schierato con gli avversari ed è sconfitto, mentre è difficile accusarlo quando è alleato delle nazioni democratiche occidentali ed è vittorioso. In realtà la potenza militare del Sol Levante fu sostenuta e incoraggiata dalle potenze europee quando si opponeva alle nazioni rivali come la Germania e la Russia, mentre divenne invece una insidia quando minacciò gli interessi occidentali nell'Estremo Oriente. Ciò appare evidente con la Prima Guerra Mondiale, quando il Giappone era schierato con la Gran Bretagna e la Francia. Insomma, si trattò di un uso strumentale che non teneva in alcuna considerazione la diffusione dei diritti civili, e non sostenne in modo adeguato la fragile democrazia giapponese aggredita dagli estremismi. Nei libri di storia occidentali si racconta che il Giappone fosse un paese autoritario che divenne democratico solo dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale (1) nel 1945. Curiosamente questo stesso paese era alleato delle potenze occidentali nella Prima Guerra Mondiale, ossia già nel 1914. All'inizio del Novecento l'Impero del Sol Levante divenne una temibile potenza militare con il sostegno dell'Occidente fra il plauso e le lodi di tanti ammiratori, e anche parecchi aiuti materiali (2). Nel Giappone non vi era nulla di corrotto, lo era invece la mentalità dell'epoca che credeva nella forza degli eserciti e nel colonialismo come diffusione della civiltà. Questo saggio vuole raccogliere la descrizione puntuale e puntigliosa di alcuni eventi della Prima Guerra Mondiale ignorati dalla stampa. Ciascuno potrà poi trarne liberamente le dovute conseguenze cercando di conoscere la storia in modo completo e non lacunoso.
2. Il coinvolgimento politico e militare
Il coinvolgimento del Giappone nella Prima Guerra Mondiale fu abbastanza rapido. Ecco la cronologia degli eventi. A causa dell'attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, l'Austria dichiara guerra alla Serbia il 28 luglio. Il giorno 1 agosto 1914, la Germania dichiara guerra alla Russia. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia, il 4 agosto la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania, e il 12 agosto all'Austria. Il Giappone, su sollecitazione della Gran Bretagna, dichiara guerra alla Germania il 23 agosto 1914, appena tre settimane dopo l'inizio delle ostilità. L'intervento del Giappone fu voluto dalla Gran Bretagna, anche se riluttante e timorosa per l'ascesa della potenza nipponica. D'altronde il ruolo del Giappone nell'Oceano Pacifico era cruciale. La più potente flotta nell'Oceano Pacifico era giapponese. Soltanto i giapponesi potevano bloccare le navi tedesche presenti nelle vicinanze delle colonie, e impedire la minaccia e l'attacco tedesco verso l'India e l'Indocina. La Gran Bretagna aveva firmato già molti trattati d'alleanza con il Giappone. Il trattato anglo-giapponese del 1902 era stato rinnovato nel 1905, eppoi nel 1911. Il Giappone garantiva la protezione dell'India, possedimento britannico, dalle mire espansionistiche di Germania e Russia. Ma gli accordi fra Gran Bretagna e Giappone disturbavano la potenza americana. Gli Stati Uniti volevano espandere la loro influenza anche in Asia, inoltre avevano gravi problemi di politica interna con gli immigrati giapponesi. Essendo ottima manodopera capace di avviare attività imprenditoriali, gli immigrati giapponesi disturbarono i locali cittadini statunitensi e i loro egoistici interessi. Si arrivò addirittura a promulgare aberranti leggi locali contro i giapponesi. I bambini giapponesi erano esclusi dalle scuole col pretesto della mancanza di aule. Col Webb Act votato nello stato di California nel 1913, si vietava ai cittadini giapponesi di possedere terre. Queste angherie accrebbero smisuratamente il senso d'inferiorità e la volontà di riscatto dei giapponesi fermamente decisi a confrontarsi sullo stesso campo di battaglia degli occidentali: lo sviluppo della potenza militare.
3. L'impiego della marina militare
Nel 1914 la Marina imperiale giapponese (Dainihon teikoku kaigun) era la forza navale più potente presente nell'Oceano Pacifico, superiore anche ai contingenti statunitensi e britannici (3). Essa era composta da 22 corazzate, 2 incrociatori da battaglia, 15 incrociatori corazzati, 19 incrociatori protetti, 50 cacciatorpediniere, 40 torpediniere e 13 sommergibili. Le unità (4) più importanti erano le navi da battaglia Kawachi, Settsu, Fuso, Yamashiro e Ise, gli incrociatori Kongo, Hiei, Haruna, Kirishima, Kurama, Izumo, Iwate e Ibuki, gli incrociatori leggeri Chikuma, Hirado, Yahagi e Tone, i cacciatorpediniere Umikaze, Yamakaze, Sakura, Tachibana, Urakaze. Durante il periodo 1914-1918 furono impostate e costruite nuove navi da guerra, più potenti e innovative. Esse erano le navi da battaglia Nagato e Mutsu, gli incrociatori Tatsuta, Kuma, Tama e Yubari, i cacciatorpediniere Kaba, Kaede, Katsura, Kashiwa, Kusunoki, Matsu, Sakaki, Sugi e Ume. Tutte queste navi furono rilevanti e pregevoli, tanto che alcune di esse parteciparono anche alla Seconda Guerra Mondiale. Le corazzate Fuso e Yamashiro, costruite rispettivamente negli arsenali di Kure e Yokosuka nel 1912 e 1913, erano navi dalle linee armoniose, con l'armamento ripartito in due gruppi, e la protezione con una blindatura laterale massima di 305 mm. Entrambe affondarono nella battaglia dello stretto di Surigao il 25 ottobre 1944. Gli incrociatori Kongo, Haruna, Hiei e Kirishima, costruiti nel periodo 1911-1915, parteciparono a entrambi i conflitti mondiali. Al loro ingresso in servizio suscitarono notevole impressione perché imbarcavano un armamento principale che non trovava riscontro su nessun'altra unità similare, con 8 cannoni da 356 mm. La protezione raggiungeva uno spessore di 203 mm. L'apparato motore si componeva di 4 turbine ad accoppiamento diretto, con una potenza di 64000 HP e una velocità di 27,5 nodi. Kirishima e Hiei affondarono nel novembre del 1942 nelle acque di Guadalcanal, il Kongo affondò il 21 novembre 1944 presso Formosa, e l'Haruna fu distrutto dal bombardamento aereo del 27 luglio 1945 sull'arsenale di Kure. Quando apparvero nel 1907, l'Ibuki e il Kuruma furono i più potenti incrociatori corazzati costruiti al mondo. Durante la Prima Guerra Mondiale parteciparono alle operazioni intorno a Tsingtao e alla caccia alla squadra navale di Maximiliam von Spee. L'Ibuki fu la prima nave giapponese a imbarcare un apparato motore a turbina. Ritenuti superati, Ibuki e Kuruma furono smantellati nel 1923. La Marina imperiale giapponese vantò anche un altro primato. Essa fu fra le prime, insieme a quella di Stati Uniti e Gran Bretagna (5), a possedere navi adibite al trasporto di aerei. La Wakamiya Maru era una nave appoggio in grado di trasportare quattro idrovolanti Farman. Varata nel 1913, questa unità era capace di depositare con le sue gru gli aerei in acqua per il decollo, eppoi recuperarli dopo l'ammaraggio. Gli aerei Farman MF.7 erano impiegati come ricognitori e come bombardieri con circa dieci piccole bombe. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Wakamiya Maru salpò alla volta del porto cinese di Tsingtao, colonia tedesca. Il 5 settembre 1914, due Farman giapponesi sganciarono alcune bombe sulla batteria costiera. Il 13 ottobre ci fu un duello aereo fra un velivolo Taube tedesco e un Farman giapponese. Si trattò del primo scontro fra aeroplani della Prima Guerra Mondiale. In totale, durante l'assedio di Tsingtao, conclusosi con la capitolazione tedesca, gli aerei della Marina imperiale giapponese eseguirono 50 missioni e sganciarono 200 bombe, affondando anche una silurante.
Gli eventi che portarono il Giappone alla guerra contro la Germania furono abbastanza rapidi. Come alleato della Gran Bretagna, il Giappone inviò un ultimatum alla Germania il 15 agosto 1914, esigendo la resa della base tedesca di Tsingtao. Le forze navali germaniche, agli ordini del capitano di vascello Mayer-Waldeck, erano composte dalle cannoniere Jaguar, Tiger, Iltis, e Luchs, dal cacciatorpediniere S 90 e dall'incrociatore protetto austriaco Kaiserin Elisabeth. La squadra navale nipponica era comandata dal viceammiraglio Satou, ed era composta dalle corazzate Suwo, Iwami e Tango, dagli incrociatori corazzati Iwate, Tokiwa e Yakumo, dall'incrociatore protetto Tone, e circa una dozzina di cacciatorpediniere. Le unità impiegate dal Giappone non erano le più importanti e moderne che restavano invece in riserva a difesa del Giappone. Ad esempio, la corazzata Suwo era una vecchia nave russa, la Poltava, catturata a Tsushima. Le navi moderne erano risparmiate e tenute al riparo per l'impiego nelle battaglie strategiche della futura espansione dell'Impero giapponese. Scaduto l'ultimatum, il giorno 23 agosto 1914, i giapponesi incominciarono la guerra. Il primo sbarco avvenne a 150 km a nord di Tsingtao. Il 4 settembre il cacciatorpediniere Shirotaye si incagliò in una roccia e fu perduto. Il 28 settembre iniziò un massiccio fuoco contro le postazioni nemiche dalle corazzate Suwo, Iwanami e Tango, coadiuvate dalle artiglierie di terra. Il cacciatorpediniere tedesco S 90 cercò la fuga, e durante la navigazione si scontrò con l'incrociatore giapponese Takachiho che affondò con tre siluri. Tuttavia l'S 90 fu costretto all'autoaffondamento perché non aveva nessuna base dove ripararsi e rifornirsi. Il 7 novembre 1914 la base tedesca si arrese definitivamente. Le forze giapponesi erano soverchianti e controllavano vaste zone dell'Oceano Pacifico. Queste condizioni furono determinanti allo spostamento delle forze germaniche dall'Oceano Pacifico, un ritiro forzato che costò la perdita di numerose unità. La squadra navale del viceammiraglio Maximilian Johannes von Spee, che schierava gli incrociatori corazzati Scharnhorst e Gneisenau, partì dall'isola di Pagan, raggiunse Tahiti, poi l'isola di Pasqua, e superato lo stretto di Magellano, affrontò nell'Oceano Atlantico le navi britanniche. L'8 dicembre 1914 la squadra di Spee fu distrutta nella battaglia delle Falkland.
La flotta giapponese aveva raggiunto i suoi scopi avendo eliminato le navi tedesche dall'Oceano Pacifico. Essa rimase inattiva fino al 1917, quando fu richiesto il suo intervento nel Mediterraneo. Si creò infatti una condizione inaspettata. I sommergibili tedeschi del tipo U-Boot erano divenuti una minaccia terribile per il traffico marittimo. In particolare la Francia che era impegnata in una vera lotta per la sopravvivenza, col nemico già penetrato oltre i confini nazionali, non era disponibile a temporeggiare. I rifornimenti che raggiungevano la Francia sulle rotte del Mediterraneo erano indispensabili. Così Gran Bretagna e Francia chiesero aiuto al Giappone. Era anche considerata la disponibilità da parte della flotta giapponese di ottimi cacciatorpediniere, fra i più moderni e versatili costruiti in quel periodo. Allora fu composta una squadra navale comandata dal viceammiraglio Satou, costituita dall'incrociatore protetto Akashi e dodici cacciatorpediniere, fra cui ricordiamo il Katsura, il Kusunoki e l'Ume. La squadra navale penetrò in Mediterraneo operando in completa sicurezza e allontanando i sommergibili nemici dalle rotte cruciali. Notevole fu l'impatto politico e morale di questa operazione. La squadra giapponese era la prima flotta asiatica nella storia che penetrava le acque europee per condurvi operazioni militari.
Il contributo bellico del Giappone fu anche rappresentato da importanti rifornimenti militari agli alleati. Nel 1917 il Giappone fornì alla Francia ben dodici cacciatorpediniere del tipo Kaba. Essi costituirono la classe Algerien e restarono in servizio fino al 1936, anno della radiazione e demolizione. Questi successi spinsero le autorità politiche del Giappone a consolidare e rafforzare i piani di potenziamento dell'apparato militare, purtroppo con le conseguenze tragiche che ben conosciamo.
4. Il debutto dell'aeronautica
I giapponesi furono i primi a comprendere l'importanza dell'aeroplano come macchina da guerra (6). L'Impero del Sol Levante aveva intensificato la crescita dell'industria che era pari alle maggiori potenze. Il primo aeroplano a volare era stato un biplano pilotato dal capitano Tokugawa Yoshitoshi, il giorno 19 dicembre 1910. Come ben sanno gli esperti di aeronautica, ciò che è fondamentale nella costituzione di una forza aerea è l'addestramento dei piloti. I giapponesi perseguirono questo scopo raggiungendo straordinari risultati. I successi militari del Giappone furono conseguiti soprattutto grazie alla preparazione e competenza del personale tecnico e dei piloti.
La formazione dell'aviazione giapponese cominciò nel 1909, quando fu formato uno speciale comitato per lo sviluppo dell'aeronautica. Ne facevano parte personalità di spicco sia militari che civili, con forte partecipazione di scienziati e docenti universitari. I piloti erano addestrati nelle scuole straniere, e gli ufficiali inviati in Francia e negli Stati Uniti. In questo ambiente crebbe il capitano ingegnere del genio navale Nakajima Chikuhei (7), un talento dell'aeronautica che congedatosi nel 1917 fondò l'Istituto dell'Aeroplano presso la prefettura di Gunma, eppoi la società Nakajima Hikoki. Nel 1910 era volato il primo aeroplano pilotato da un giapponese. Nel 1911 l'Esercito imperiale disponeva di tre Farman, un Antoinette, un Blériot, e due Wright. Presso l'aeroporto militare di Tokorozawa nella prefettura di Saitama, venne realizzata una fabbrica per la costruzione di aeroplani su disegni originali giapponesi. Così già nel 1912 volavano i due primi aeroplani costruiti in Giappone. Perciò quando i giapponesi attaccarono la colonia tedesca di Tsingtao, fecero un uso intenso degli aerei in loro possesso. Furono utilizzati otto aeroplani, di cui quattro idrovolanti biplani. Con queste macchine furono effettuati numerosi bombardamenti sulle fortificazioni e le imbarcazioni. Gli aerei erano equipaggiati con rastrelliere per il lancio di bombe ottenute da grossi proiettili di artiglieria muniti di dispositivi direzionali. Così fu affondata una nave silurante tedesca dagli abili aviatori nipponici. Inoltre i velivoli giapponesi si scontrarono in combattimento con un monoplano tedesco del tipo Taube.
5. La fine del conflitto e gli accordi internazionali
Nel 1918 la guerra ebbe termine, e il Giappone partecipò come nazione vincitrice alla conferenza di pace di Versailles. L'Impero del Sol Levante aveva ottenuto molti benefici senza gravosi oneri e pochissime perdite. Così gli vennero assegnati i territori germanici dello Shantung, il mandato sulle isole Marshall, Caroline e Marianne (tranne Guam). Ciò irritò terribilmente gli ambienti politici statunitensi ostili all'espansionismo nipponico in Cina e nel Pacifico. D'altronde i piani giapponesi di riarmo erano preoccupanti, e l'occupazione della Cina era un fatto grave non trascurabile. Durante la guerra, il Giappone aveva addirittura inviato una richiesta diplomatica, nota come "le ventun domande", al Presidente della Repubblica cinese Yuan Shih-kai. In questo documento si chiedevano zone di influenza nei territori dello Shantung, Honan e Manciuria. Inoltre si chiedeva di inserire personale giapponese nell'amministrazione pubblica e nella polizia cinesi. Era concretamente un tentativo di trasformare la Cina in un protettorato o colonia del Giappone. Yuan Shih-kai non aveva la forza di reagire e subì l'assalto dell'Impero del Sol Levante. Soltanto gli Stati Uniti si schierarono in difesa della Cina, e cercarono con la diplomazia di limitare le pretese giapponesi. Un compromesso fu raggiunto col trattato di Washington firmato il 6 febbraio 1922. Questo accordo fissava una limitazione negli armamenti navali, e quindi una riduzione della politica espansionistica delle grandi potenze, inclusi Stati Uniti e Giappone. Il contrammiraglio Ueda Yoshitake commentò l'accordo affermando che il Giappone non era ancora pronto a una guerra con gli Stati Uniti, ma non avrebbe sopportato a lungo la prepotenza di chi voleva schiacciarlo. I giapponesi si stavano preparando a combattere per sopravvivere, così almeno credevano. Era convinzione diffusa dell'epoca che i conflitti fra nazioni per il possesso delle risorse economiche fossero inevitabili.
La Prima Guerra Mondiale si concluse senza una effettiva risoluzione dei conflitti. La Germania avrebbe presto ripercorso il cammino che portava allo scontro con la Francia e la Gran Bretagna, mentre il Giappone avrebbe invaso la Cina (8). Come si deduce facilmente, fu la politica di potenza ed espansione a determinare il corso della storia del XX secolo. Il Giappone seguì lo stesso sventurato cammino delle nazioni occidentali. Risulta ingannevole credere che questo percorso sia determinato dalle istituzioni democratiche oppure autoritarie dei paesi in conflitto. In verità, come si è visto, la motivazione che fece agire le nazioni nella Prima Guerra Mondiale fu la volontà di potenza, ossia la loro politica espansionistica e colonialista. Questa politica apparteneva alle democrazie liberali come Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, quanto ai successivi regimi fascisti di Italia, Germania e Giappone. Si evince anche quanto le democrazie accettino facilmente le collaborazioni con i regimi autoritari se utili a perseguire i loro scopi di espansione commerciale ed economica. Il Giappone, non bisogna dimenticarlo mai, fu un alleato di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale. Non si può cancellare questo fatto storico compromettente.
Le cause che scatenano le guerre sono il desiderio di possesso, la brama di potere, l'interesse economico. Le democrazie non sono immuni a questi impulsi, e la storia del colonialismo europeo ne è la dimostrazione più lampante. La Prima Guerra Mondiale è l'apice di questa mentalità che trova espressione nella politica di potenza. Il Giappone, anche se erede della tradizione orientale, condivise con pervicacia la medesima prospettiva, e divenne un artefice del progetto di modernità occidentale tanto da subirne le nefaste conseguenze.
Note
1. Anche Francis Fukuyama, in linea con la versione americana della democrazia esportata in Giappone, espone la stessa distorta visione mal documentata. La democrazia dell'epoca Taisho (1912-1926), basata su un sistema parlamentare eletto dai cittadini, viene completamente ignorata. Cfr. Fukuyama, Francis, La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1996, p.71.
2. Gli aiuti più consistenti vennero dalla Gran Bretagna, la Francia, la Germania e anche l'Italia. Per quanto riguarda l'Italia, ricordiamo che nel 1904 il Giappone aveva in servizio due grossi incrociatori corazzati costruiti in Italia: il Kasuga e il Nishin. Il Kasuga pesava 7628 tonnellate, aveva una potenza di 14800 HP erogata da motori Ansaldo, una velocità di 20 nodi, e il cannone principale di prua era calibro 254 mm, mentre due calibro 203 mm erano a poppa. Kasuga e Nishin furono impiegati nella guerra russo-giapponese (1904-1905). Il Kasuga fu determinante nel bombardamento di Port Arthur con il suo potente cannone, e rilevante nella battaglia di Tsushima.
3. Ma le forze americane erano presenti maggiormente nell'Oceano Atlantico, a protezione delle rotte per l'Europa, e quelle britanniche nell'Oceano Indiano e nel Mediterraneo, per salvaguardare le colonie, e nell'Oceano Atlantico per garantire la difesa della madrepatria. Il Giappone possedeva alcune navi sottratte alla Russia durante la guerra del 1904-1905, e ciò spiega il numero elevato di unità in suo possesso. Però la sua industria non era ancora in grado di competere con gli Stati Uniti, nonostante i buoni risultati raggiunti e l'eccellenza in alcuni casi particolari.
4. La trascrizione dei nomi delle navi giapponesi, qui adottata, segue la convenzione usata dalle pubblicazioni dello Stato Maggiore della Marina italiana. Per evitare equivoci e fraintendimenti si sono conservati i nomi nella vecchia trascrizione già nota ai lettori italiani.
5. La prima nave della U.S. Navy ad essere adattata per il trasporto e decollo di aerei fu la Langley. La Langley era una autentica portaerei con un ponte di volo completo. Gli inglesi ottennero risultati simili con la Argus e la Furious, le prime portaerei della Royal Navy. Il Giappone può però vantare il primato di aver costruito la prima portaerei progettata e realizzata per tale scopo: la Hosho (1921). A differenza delle altre unità, che erano navi modificate e adattate per divenire portaerei, la moderna Hosho era una portaerei costruita appositamente su progetto specifico. Essa partecipò alla guerra cino-giapponese, al conflitto mondiale del 1941-1945, e fu radiata solo nel 1947.
6. Il preciso e puntuale articolo di Pier Francesco Vaccari pubblicato dalla rivista "RID" è esplicativo dello sviluppo dell'aereo da combattimento in Giappone. Cfr. Vaccari, Pier Francesco, La nascita e lo sviluppo delle forze aeree imbarcate giapponesi, in "RID - Rivista Italiana Difesa", n.12, anno XXV, dicembre 2006. I progettisti giapponesi ottennero buoni risultati con gli aerei da caccia e gli aerosiluranti, spesso superiori a quelli corrispettivi occidentali. Eccellenti per per le prestazioni di velocità, qualità aerodinamiche e maneggevolezza, anche gli idrovolanti e i ricognitori. Invece, a causa delle carenze della potenza dei propulsori, furono sempre deficienti i bombardieri pesanti scarsamente protetti e con un carico di bombe insufficiente.
7. Cfr. Sgarlato, Nico, I caccia Nakajima di Koyama e Itokawa, in "Aerei nella Storia", n.50, anno VIII, ottobre-novembre 2006.
8. Il 18 settembre 1931 a causa dell'attentato a Mukden, i giapponesi invasero la Manciuria. Nel 1932 venne creato il Manchukuo, uno stato fantoccio sotto il controllo giapponese. Nel 1933 l'occupazione della Cina settentrionale fu estesa ulteriormente. Il 7 luglio 1937 con l'incidente del ponte Marco Polo iniziò la guerra cino-giapponese su tutto il territorio del paese.
Bibliografia
Apostolo, Giorgio e Dicorato, Giuseppe et alii, L'aviazione. Grande enciclopedia illustrata, De Agostini, Novara, 1985.
Apostolo, Giorgio e Dicorato, Giuseppe et alii, Storia dell'aviazione, Fabbri Editori, Milano, 1973.
Arrighi, Giorgio e Giorgerini, Giorgio, Storia della marina, Fabbri Editori, Milano, 1978.
Barbini, Luigi, Giappone in armi, Treves, Milano, 1906.
Halliday, Jon, Storia del Giappone contemporaneo. La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi, Einaudi, Torino, 1979.
Ike, Nobutaka, The Development of Capitalism in Japan, in "Pacific Affairs", vol.XXII, 1949.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche. Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Martorella, Cristiano, La società aperta e il caso Giappone. Relazione del corso di Storia della filosofia contemporanea. Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Genova, 1997.
Maruyama, Masao, Le radici dell’espansionismo. Ideologie del Giappone moderno, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 1990.
Matricardi, Paolo, Il grande libro degli aerei da combattimento, Editoriale Domus, Milano, 2007.
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Positano De Vincentiis, Fiammetta, Incrociatori per il Sol Levante, De Ferrari, Genova, 2005.
Sgarlato, Nico, I caccia Nakajima di Koyama e Itokawa, in "Aerei nella Storia", n.50, anno VIII, ottobre-novembre 2006.
Takeshita, Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, Clueb, Bologna, 1996.
Vaccari, Pier Francesco, La nascita e lo sviluppo delle forze aeree imbarcate giapponesi, in "RID - Rivista Italiana Difesa", n.12, anno XXV, dicembre 2006.
Vantaggi, Adriano, Giappone 1853-1905: Dalla fine dell’isolamento al ruolo di grande potenza, Lassa-Scalese, Genova, 1984.
Villani, Pasquale, Trionfo e crollo del predominio europeo, Il Mulino, Bologna, 1983.
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01/09/2008
La borghesia giapponese
Articolo di Cristiano Martorella sulla borghesia giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Burujoa.
Burujoa. La borghesia giapponese
Storiografia, ideologia e interpretazione
di Cristiano Martorella
24 luglio 2005. La parola giapponese burujoa è un gairaigo (termine d’origine straniera) derivata dal francese bourgeios e introdotto attraverso la saggistica socialista all’inizio del Novecento (1). Nella storiografia occidentale la borghesia giapponese è stata vittima di fraintendimenti e dissimulazioni che ancora oggi fanno sentire il loro peso. Addirittura la classe media (chusankaikyu) sembra sparita dai libri di storia per dare spazio a valorosi, quanto mai mitici, samurai. Per ripulire la narrazione degli eventi dalle mistificazioni che affliggono la storiografia, bisogna comprendere innanzitutto il pregiudizio ideologico che vizia ogni considerazione. L’idea di fondo è che il Giappone potesse imitare l’Occidente, pur senza possederne le strutture sociali, soltanto se ciò fosse stato imposto dai politici dall’alto. Insomma, questo è il teorema dello sviluppo dall’alto propugnato dalle classi politiche che ignora completamente la borghesia giapponese e la sua storia. Questo teorema risulta estremamente fuorviante quando applicato alla storia dell’economia del Giappone. Economia che non è nata dalla mente dei politici, come vorrebbero far credere alcuni manuali scolastici, ma è il risultato dell’opera di milioni di lavoratori, del loro ingegno e del loro spirito imprenditoriale. Al contrario, dal 1925 al 1945, la classe dirigente ha ritardato lo sviluppo dell’economia del Giappone concentrando le risorse sull’industria pesante e militare, cercando di ottenere le fonti di approvvigionamento attraverso le conquiste coloniali al posto del commercio, trascinando il paese in guerre impossibili da vincere. Dal 1993 al 2001 è stata la classe dirigente che ha preso provvedimenti tali da inasprire la crisi economica, aumentando il debito pubblico e peggiorando i debiti delle banche, oltre a rendersi protagonista di scandali per corruzione. Attribuire meriti a politici capaci di ogni ignominia richiede uno sforzo di immaginazione davvero disumano. Eppure la storiografia ufficiale abbonda di simili voli della fantasia. Il caso più famoso e significativo è rappresentato da Franco Mazzei, autorevole storico e docente dell’Università di Napoli. Nel XII volume de La storia (2) edito dal quotidiano "La Repubblica", egli ripresenta la consueta teoria dello sviluppo dall’alto attraverso il confucianesimo aristocratico, rigettando l’importanza del ruolo svolto dalla borghesia mercantile (chonin). Franco Mazzei nega il ruolo predominante della borghesia commerciale nello sviluppo capitalistico, insistendo sulla funzione dirigistica del governo Meiji, considerato il vero ispiratore della rivoluzione borghese e principale artefice del decollo dell’economia del Giappone nel XIX secolo (3).
In effetti manca da parte di Franco Mazzei la discussione delle differenti teorie, propendendo a favore della tesi dello sviluppo dall’alto soltanto in base a una preferenza personale. La quantità degli studi contro la teoria dello sviluppo giapponese diretto dall’alto è però enorme, e mina la credibilità di molti storici tuttora ancorati a vetuste narrazioni e interpretazioni fittizie. Sicuramente il più fiero oppositore alla concezione della rivoluzione borghese guidata dal governo è stato Claudio Zanier, autore di un volume fondamentale (4) che mostra e smonta gli errori dei colleghi. Eppure il suo lavoro, come tanti altri, è stato occultato e dimenticato perché troppo scomodo.
Claudio Zanier ricorda le importanti riforme politiche ed economiche avvenute durante il periodo Edo (1600-1867) che furono una efficiente opera di razionalizzazione (5). I governi Tokugawa, molto prima della riforma Meiji, avviarono un processo che permise la formazione di una struttura sociale borghese e del capitalismo mercantilista. Le riforme fondamentali dell’epoca Edo furono la formazione di un catasto nazionale, la riforma fiscale e il disarmo dei contadini. Inoltre si attuarono le condizioni per far prosperare l’economia di mercato attraverso due secoli di pace continua e il commercio. Questo processo si sviluppò spontaneamente perché non era affatto intenzione dei governanti Tokugawa di favorire la borghesia e gettare le basi per la nascita del capitalismo, forma economica completamente ignota ed estranea alla mentalità degli shogun. Eppure fu proprio in queste condizioni che la borghesia giapponese trovò l’ambiente adatto allo sviluppo. Ciò che si verificò, per molti versi, era in contrasto con le intenzioni dei Tokugawa. Essi si adoperarono per la netta divisione in quattro classi (shimin) costituite da guerrieri, contadini, artigiani e commercianti (shi, no, ko, sho). Tuttavia l’epoca Edo conobbe una notevole mobilità sociale, e la crescente importanza e influenza dei chonin (commercianti) convinse molti samurai a cambiare classe, scegliendo la vita del mondo degli affari. Caso emblematico fu Mitsui Takatoshi (1622-1694), fondatore dei negozi Mitsui, famoso per essere stato tra i primi a rinunciare al rango di samurai per diventare commerciante. Sicuramente rappresentò l’evento più importante, ma non era un caso isolato, al contrario era abbastanza frequente.
Questa mobilità sociale insieme al dinamismo dei commercianti che costituirono un’autentica cultura (Genroku bunka) alimentata da attori di teatro, musicisti, poeti e scrittori, fornisce la negazione assoluta dell’idea dello sviluppo dall’alto. Soprattutto è l’affermazione del valore e del ruolo della borghesia mercantile giapponese, divenuta poi borghesia imprenditoriale nel XIX secolo.
L’economia del Giappone dell’epoca Edo (1600-1867) attuò l’accumulazione di capitali e risorse necessari al decollo (take off) dello sviluppo nei secoli successivi. Ovviamente furono i commercianti ad essere protagonisti in questa fase. Piuttosto fu nell’era Meiji (1868-1912) che si evidenziarono le debolezze dell’economia del Giappone causate da una cronica mancanza di capitali. Questo problema del capitalismo senza capitale, era provocato anche dall’indebolimento della borghesia a favore dell’esercito, autentico antagonista e avversario del capitalismo, sostenitore e difensore della concezione rurale della società. La produzione fu concentrata a fini militari, e il commercio limitato escludendo i manufatti inutilizzabili per il conflitto. L’indebolimento della borghesia favorì l’accentramento di potere e la formazione di cricche economiche che impedirono il libero mercato e la concorrenza. Le guerre nascosero la distorsione dell’economia del Giappone, favorendo nello stesso tempo i discorsi di chi sosteneva l’unità nazionale per il conseguimento degli obiettivi militari. Da questa anomalia il Giappone uscì grazie a una radicale sconfitta che eliminò l’esercito e le sue pretese di controllo sulla società. Nelle condizioni di equilibrio e libero commercio del dopoguerra, la borghesia giapponese ebbe la possibilità di incentivare una sana attività imprenditoriale, contribuendo alla straordinaria crescita del Giappone, economia ormai liberata dai ceppi dell’isolamento e delle costrizioni militariste.
Questa lettura fa emergere quanto sia pericoloso sostenere l’idea di uno sviluppo guidato dall’alto dalla classe dirigente politica che è stata, in realtà, l’artefice delle distorsioni e disgrazie del Giappone. Mentre l’artefice della crescita economica, la classe media (chusankaikyu) o borghesia media, viene ignorata dalla storiografia.
Un’interpretazione altrettanto fittizia è quella di Vittorio Volpi (6) che sostiene l’esistenza di una crisi di identità del Giappone. Però a quale identità si riferisce Vittorio Volpi? Al Giappone dei samurai e delle geisha? Questa interpretazione del Giappone tradizionale non tiene presente dell’esistenza di una classe borghese fin dall’epoca Edo, ignorando completamente la storia. Credere che la cultura giapponese sia soltanto una cultura aristocratica è un errore madornale. Incredibile è che ancora in tanti continuino a sostenerlo.
Note
1. La traduzione del Manifesto Comunista (Kyosanto sengen) apparve nel 1904, ad opera di Sakai Toshihiko e Kotoku Shusui. La parola francese bourgeois deriva a sua volta da bourg (borgo), così come la parola giapponese chonin (commerciante) da cho (quartiere).
2. Cfr. Franco Mazzei. Le riforme Meiji in Giappone, in La storia, vol.XII, par. XII, La Biblioteca di Repubblica, UTET, Torino e De Agostini Editore, Novara, 2004, pp.509-541.
3. Ibidem, pp.540-541.
4. Cfr. Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Einaudi, Torino, 1975.
5. Ibidem, p.55.
6. Cfr. Vittorio Volpi, Giappone. L’identità perduta, Sperling & Kupfer, Milano, 2002.
Bibliografia
Ike, Nobutaka, The Development of Capitalism in Japan, in "Pacific Affairs", vol.XXII, 1949.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Miyamoto, Mataji, The Merchants of Osaka, in "Osaka Economic Papers", n.1, vol. VII, 1958.
Molteni, Corrado, Debito pubblico e politiche economiche, in Il Giappone che cambia, Atti del XXVII convegno di studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2004.
Smith, Thomas, The Agrarian Origins of Modern Japan, Stanford University Press, Stanford, 1959.
Smith, Thomas, Political Change and Industrial Development in Japan, Stanford University Press, Stanford, 1955.
Takahashi, Masao, Modern Japanese Economy since the Meiji Restoration, KBS, Tokyo, 1967.
Takekoshi, Yosaburo, The Economic Aspects of the History of the Civilization of Japan, Allen and Unwin, London, 1930.
Volpi, Vittorio, Giappone. L’identità perduta, Sperling & Kupfer, Milano, 2002.
Zanier, Claudio, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone, Einaudi, Torino, 1975.
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Chonin, commercio e cultura
Articolo di Cristiano Martorella pubblicato dal sito Nipponico.com.
Chonin. Commercio e cultura
L’importanza dei commercianti nella cultura ed economia giapponese
di Cristiano Martorella
20 luglio 2003. Il ruolo svolto dai commercianti (chonin) nel Giappone premoderno e moderno ha avuto la giusta attenzione da parte della saggistica. Purtroppo l’immagine comune e superficiale che si ha del Giappone è fossilizzata sulla rappresentazione del guerriero samurai, offuscando gli altri protagonisti della storia. Si può però rimediare facilmente a tale falsa impressione ricordando quanto è stato evidenziato dagli studiosi più avveduti.
Sono due i punti da rimarcare per una corretta conoscenza della storia economica giapponese:
1) La dinamica e mobilità sociale fra le classi;
2) Il processo di sviluppo capitalistico avvenuto dal basso in modo spontaneo.
La mobilità sociale del Giappone premoderno è stata così elevata quanto dimenticata. Eppure fu questo fenomeno che causò le trasformazioni della struttura economica e sociale del paese. Questa trasformazione avvenne in modo incontrollabile da parte del potere politico shogunale che non seppe adeguarsi e si ritrovò ad assistere all’ascesa della borghesia mercantile (chonin). Gli shogun dell’era Tokugawa ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia. A livello ideologico la condannarono sostenendo la validità dei princìpi neoconfuciani e rilanciando le scuole di pensiero conservatrici (Sushigaku, Shoheiko, etc.). Anche ciò produsse però l’effetto contrario perché il neoconfucianesimo giapponese favorì la razionalizzazione negli studi che furono poi alla base della rangaku (scienza occidentale). A livello pratico i Tokugawa gettarono le fondamenta dello sviluppo urbano tanto da creare a Edo, poi Tokyo, il modello metropolitano. Bisogna comunque sottolineare che senza l’unificazione politica del Giappone operata dai Tokugawa, non sarebbe stato possibile lo sviluppo capitalistico e il superamento del modello rurale. Lo storico Yamamura Kozo (1) ha chiarito con dovizia e precisione come lo sviluppo economico del Giappone dell’epoca Meiji (1868-1912) fu un processo spontaneo nato dal basso per merito della borghesia prosperata nel periodo Edo (1600-1867). Risulta così falsa la tesi che sostiene la modernizzazione dell’economia giapponese condotta dall’alto dalle autorità governative, o peggio, indotta dalla penetrazione degli occidentali. Già Edwin Reischauer (2) aveva notato come il feudalesimo giapponese avesse caratteristiche molto simili a quello europeo, e sappiamo quanto questo genere di organizzazione sociale, che favoriva la formazione di centri urbani, fosse importante per creare le condizioni per l’avvio del capitalismo mercantile. Perciò lo sviluppo capitalistico giapponese fu assolutamente autoctono e non indotto dall’esterno. Sorprende che ancora oggi vi sia qualcuno che sostenga la tesi dell’introduzione dall’esterno del modello capitalistico negando di fatto che i giapponesi siano gli artefici della propria storia. Si tratta comunque di una tesi con forti influenze ideologiche che presuppone il primato del sistema occidentale nella sua unicità. Così non è, ed è bene ribadirlo.
Altra caratteristica importante della storia nipponica fu la forte mobilità sociale dal XVI secolo in poi, ovvero il passaggio a classi diverse dal proprio lignaggio e la commistione dei diversi strati sociali che provocava trasformazione, progresso ed evoluzione culturale ed economica. Risulta infatti chiaro e ben evidente che l’immobilità sociale sia antitetica a un sistema capitalistico basato sul libero mercato. Il grande rimescolamento sociale del XVI secolo fece coniare agli storici giapponesi l’espressione ge koku jo (il basso vince l’alto), un’espressione molto efficace ricordata anche dall’orientalista Thomas Cleary. La mescolanza fra le classi avvenne secondo due direzioni. Prima della separazione di contadini e guerrieri operata da Toyotomi Hideyoshi nel 1588 e chiamata heinou bunri, c’era una commistione fra samurai di campagna (goshi) e contadini armati. Un fenomeno ricordato da Kurosawa Akira nel film I sette samurai (Shichinin no samurai, 1954) col personaggio di Kikuchiyo interpretato da Mifune Toshiro. Aspetto ironico della faccenda è che la divisione fu operata da Toyotomi Hideyoshi, uomo di umili origini contadine che era asceso al potere per meriti militari acquisendo il titolo di daijo daijin (ministro), e la nobiltà tramite il sistema dell’adozione (yoshi). L’altro movimento molto più ampio fu quello che avvenne dopo l’organizzazione del XVII secolo con la separazione in quattro classi (shinokosho). Gli uomini di città, ossia i mercanti e la borghesia, furono chiamati chonin. Il potere shogunale cercò di mantenere forzatamente la separazione fra le classi così da garantire il governo della popolazione che non poteva formare un fronte compatto e ribellarsi. Il declino dei Tokugawa fu provocato dall’impossibilità di mantenere questa immobilità sociale. Infatti i samurai si mischiarono ai chonin godendo dei vantaggi della vita urbana e molti di essi cambiarono classe divenendo chonin. I samurai che non cambiarono classe ebbero comunque forti contatti con i borghesi, e come i ronin, samurai senza padrone, vivevano in mezzo a loro. I lavori svolti dai ronin per sopravvivere, come l’insegnamento delle lettere e delle arti, provocarono una diffusione molto vasta della cultura non più riservata a una sola classe. Gli stessi chonin si recavano a teatro per assistere alle storie che vedevano come protagonisti i samurai. Lo spostamento dell’impiego dell’arte dall’aristocrazia alla borghesia è un fenomeno avvenuto anche in Europa nel XIX secolo dopo le trasformazioni sociali avviate dalla rivoluzione francese. In Giappone ciò accadde molto prima, nel XVII secolo del periodo Edo. A ciò si aggiungeva, ed è l’aspetto più importante, la formazione di un tessuto urbano altamente produttivo e con caratteristiche borghesi nettamente marcate. Ciò significa che l’economia dell’epoca si fondava sulla produzione di beni con elevato valore aggiunto, un tratto caratteristico delle società capitalistiche. Tuttavia restava ancora arretrato il sistema monetario, in parte basato sul riso e su diseguali monete d’oro, argento, rame e ferro con cambi vari e disomogenei. Perciò dobbiamo attendere l’era Meiji (1868-1912) per vedere uno sviluppo completo del capitalismo. Comunque la coincidenza nel tessuto urbano del sistema produttivo (economia) e del mondo dell’arte (cultura) nel Giappone del periodo Edo (1600-1867) è un aspetto estremamente significativo. Soprattutto indica la forza del rapporto cultura/economia nella storia giapponese. Passiamo a ricordare quanto la cultura della borghesia (chonin bunka) fosse dominante nonostante l’avversione dell’ideologia delle autorità governative. La cultura Genroku (1688-1704) fu rappresentata dalla letteratura del Kamigata e dai nomi di Ihara Saikaku, Matsuo Basho e Chikamatsu Monzaemon. Nato da una famiglia di commercianti di Osaka, Ihara Saikaku divenne celebre per le sue opere di eccezionale realismo. Nella serie di racconti intitolati Nippon eitaigura (Il magazzino eterno del Giappone, 1688), egli narra le vicende di persone arricchite o impoverite. Ihara Saikaku ammette in modo spudorato e sincero l’attitudine dei chonin con la seguente frase: Yo ni zeni hodo omoshiroki mono wa nashi (In questo mondo non c’è niente di più interessante dei soldi). L’aspetto che stiamo sottolineando è la coincidenza di cultura ed economia che traevano la propria forza dallo stesso tessuto sociale. Si pensi a Ejima Kiseki (1667-1736), un mercante che divenne scrittore, oppure un intellettuale poliedrico come Hiraga Gennai (1728-1779) che fu ronin, ceramista, botanico, inventore e scrittore. Costoro, con le dovute differenze di estrazione sociale, vivevano però nello stesso mondo e condividevano la stessa vita urbana dell’epoca. La drammaturgia e la narrativa erano finanziati dai ricchi chonin. Come nel caso di Ejima Kiseki, gli editori (per questo scrittore fu Hachimonjiya) erano enormi librerie che sovvenzionavano gli autori. Il sistema produttivo prosperava grazie alla creatività dei cittadini borghesi e l’espansione capitalistica era avviata da tale spirale virtuosa in cui chi produceva era anche consumatore (ciò è completamente diverso dal sistema rurale dove l’aristocrazia era parassitaria). La nascita dell’economia giapponese avvenne dal basso e in modo spontaneo. Così fu per la cultura, tanto che si può dire che la cultura pop giapponese più diffusa fu quella dell’epoca Edo, se vogliamo usare una terminologia attuale e di moda. E’ bene ricordare che questa idea della nascita della cultura pop nell’epoca Edo è stata proposta dall’architetto Ueda Atsushi. L’autorevole storico Yamamura Kozo, spiega in modo molto chiaro il concetto della nascita dal basso dell’economia e cultura giapponese.
"E’ fuori dubbio che il Giappone sia un paese moderno e che faccia parte dell’Asia: la conclusione evidente è che esso dovette modernizzarsi secondo proprie modalità. Un kimono in fibra sintetica richiama alla mente tanto l’abbigliamento di un samurai quanto l’architettura di un impianto chimico gigantesco e molto complesso: non è per questo necessario chiamarlo un tailleur, né definire magia occidentale un processo chimico. Al pari di un kimono di rayon, l’economia giapponese è un prodotto dell’industrializzazione, ma la modernizzazione che l’ha accompagnata non ha occidentalizzato il paese sino al punto da cancellare completamente il retaggio peculiare della sua storia e della sua cultura. Se questo è il motivo principale del fascino che la storia economica del Giappone esercita su di noi, va aggiunto che la capacità di divenire moderno senza perdere il senso della propria eredità nazionale è in fin dei conti il segreto del successo industriale dell’arcipelago." (3)
Nonostante sia evidente a tutti, il pregiudizio che i giapponesi abbiano copiato dagli occidentali, sia le strutture sociali sia le tecniche, è difficile da estirpare. Ammettere che il modello occidentale di civiltà non è l’unico e il migliore è ancora troppo difficile o addirittura un tabù (4). Così si impedisce la comprensione della storia economica, ma vi si può porre rimedio.
Note
1. Yamamura, Kozo, L’industrializzazione del Giappone. Impresa, proprietà, gestione, Storia Economica Cambridge, Vol. VII, Giulio Einaudi, Torino,1980.
2. Cfr. Reischauer, Edwin, Storia del Giappone dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1994, p.44.
3. Yamamura, Kozo, L’industrializzazione del Giappone. Impresa, proprietà, gestione, Storia Economica Cambridge, Vol. VII, Giulio Einaudi, Torino, 1980, p.321.
4. In proposito ha ricevuto apprezzamento da parte degli economisti la denuncia di questo tabù da abbattere. Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia, XXV convegno di studi sul Giappone, Venezia, 6 ottobre 2001.
Bibliografia
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Halliday, Jon, Storia del Giappone contemporaneo. La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi, Einaudi, Torino, 1979.
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Martorella, Cristiano, La società aperta e il caso Giappone, Relazione del corso di storia della filosofia contemporanea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Genova, 1997.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV convegno di studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
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Reischauer, Edwin, Storia del Giappone dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1994.
Sansom, George Bailey, A History of Japan, Stanford University Press, Stanford, 1963.
Takeshita, Toshiaki, Lineamenti di storia della cultura giapponese, Clueb, Bologna, 1994.
Takeshita, Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, Clueb, Bologna, 1996.
Zanier, Claudio, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone, Einaudi, Torino, 1975.
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